Wednesday, 13 August 2014

Six Mile Lake (partecipazione al concorso Federico II e i poeti tra le stelle - De Arte Narrandi)

Da quando avevo lasciato il sud Italia per trasferirmi da queste parti, non avevo avuto più tempo di soffermarmi sull’assenza di qualcosa che, in silenzio, mi aveva sempre fatto compagnia.
Così, il giorno in cui mi hanno invitata per un weekend al lago è stato come fare di nuovo una bellissima scoperta. Non appena abbiamo parcheggiato le macchine sul vialetto di quella casa, che per qualche motivo definivano “di villeggiatura” pur somigliando a una vera e propria villa, tutto sembrava profondamente avvolto dal buio.
Era un buio fitto, spesso e profumato. Era l’oscurità che di notte avvolge le foreste del nord America delle quali, pur in assenza di luce, si continua ad avvertire l’intensità del verde. Tutte le tonalità di verde.
Entrando in quel vialetto, dopo aver rallentato affinché una volpe finisse di attraversare la strada, avevo provato come la sensazione di essere inghiottita da un enorme ammasso compatto e uniforme di vegetazione. Gli alberi s’innalzavano stretti l’uno all’altro e a quell’ora della notte era quasi impossibile coglierne i limiti. Erano un tutt’uno. Del resto, alla prima curva, mi ero chiesta se quel sentiero di terra battuta portasse davvero da qualche parte. Avevo la sensazione di dovermi ritrovare, da un momento all’altro, aggrovigliata in un cespuglio gigantesco. Un “buco nero”. Uno di quelli nello spazio dai quali sarebbe impossibile uscire e il cui nome ha sempre suscitato in me un certo timore e rispetto.
Non ricordavo nemmeno se avessi avuto il tempo di esprimere quel dubbio o se, per timore di sembrare ridicola, avessi deciso di tenerlo per me. Del resto, non di rado avevo l’impressione che  cercare di spiegare la meraviglia e stupore che mi suscitavano certi fenomeni naturali sminuisse l’emozione stessa. La rendesse banale. Era proprio vero che le parole non sempre ben si accompagnavano alle cose descritte.
Una volta scesa dalla macchina, l’oscurità si era profumata di bosco. Nel bosco c’è un odore forte, pungente e, per qualche motivo, eccitante. Dà un senso di paura mista a curiosità. Fa sentire piccoli, fuori posto.
Mentre tutti si davano da fare a scaricare i bagagli e portare in casa cibi e bevande che sarebbero dovuti bastare per l’intero fine settimana, io sono rimasta pietrificata con la testa in su. Assurdo! Mi sovrastava un blu intenso carico di puntini luminescenti simili a gemme che decoravano un’enorme velo. Non credevo ai miei occhi!
Le stelle. Quante stelle! Non avevo mai fatto caso a quante potessero essercene in cielo in una notte sola. E dire che avevo partecipato a tanti falò in spiaggia aspettando che poi si spegnessero per cedere il posto al buio e all’umidità dei teli e dei vestiti, mentre lo sguardo andava alla ricerca di stelle cadenti.  A pensarci bene i migliori erano stati quelli alle Egadi. Lontano dalle luci del paese, il cielo sembrava sempre immenso e particolarmente luminoso.
Avevo dimenticato quella sensazione? O, di fatto, in quel bosco quel lenzuolo blu sembrava esplodere di luce? Quel fine settimana al lago Six Mile prometteva davvero bene, considerata l’accoglienza.
Non mi ero nemmeno accorta che, distratta da quella meraviglia, tutti erano già entrati in casa, adesso alle prese con le camere da sistemare. Una volta raggiunti al piano superiore mi attendeva un’altra splendida sorpresa. A dividere il grande soggiorno dall’esterno, una vetrata scorrevole che qualcuno aveva già aperto. Fuori, una terrazza in legno si affacciava su un lago da intuire. A quell’ora della notte la luce era pressoché assente.
In pochi secondi, mi è bastato alzare ancora una volta il naso in su, per perdermi completamente in quella meraviglia del creato. Mentre le voci allegre degli altri sembravano allontanarsi lentamente come accade quando ci si immerge nei propri pensieri, allo stesso modo ho cominciato a sentirmi distaccata da tutto ciò che si trovava alla mia altezza e, in una sorta di euforia, ho cercato in tutti i modi di abbandonarmi a quella sensazione sospesa che si prova dinnanzi a un cielo stellato.
Mi sembrava di percepire i battiti del mio cuore, il sangue scorrere nelle vene e quel “vuoto d’amore” che, negli ultimi anni, di rado aveva fatto parte della mia vita.
Sirio o Venere? Da bambina qualcuno mi aveva detto che Venere fosse la stella più luminosa. Ricordo il disappunto della prima volta in cui mi ero soffermata sul fatto che non fosse una stella, se non un pianeta. L’avevo considerata la stella più luminosa per così tanto tempo che quando adolescente ho scoperto che quel posto in realtà spettava a Sirio, mi sono sentita quasi di profanare un’amicizia di vecchia data.
Perché se dobbiamo dirla tutta, io con le stelle ci avevo parlato spesso. Avevo sempre avuto la sensazione che capissero esattamente di cosa stessi parlando. Anche quando lo facevo in silenzio.
Sirio era proprio un bel nome, dovevo ammetterlo. Leggendo qua e là mi aveva stupito che un nome così musicale potesse essere associato a una stella dal potere nefasto secondo alcune popolazioni. Ma nei miei trentanni avevo già avuto modo di sperimentare che spesso la bellezza, evidente o meno, finiva per fare paura.
Dovevo aver fissato il cielo così intensamente che, a un certo punto, ho cominciato ad avere la sensazione che fosse davvero rotondo, come se fossi all’interno di una sfera e tutt’intorno a me fossero stelle, puntini.
Per qualche motivo, quando perdiamo una persona cara associamo la dipartita a un nuovo viaggio. Chissà chi era stato il primo a dire: “Da oggi in cielo c’è una nuova stella che ci guarda e ci protegge dall’alto.” Vero o no che sia, dà proprio una bella sensazione. Ti fa stare meglio con il resto del mondo.
Non riuscivo a capire se quella scia opaca rispetto al resto del cielo fossero nubi o la Via Lattea. Non mi era parso che il cielo fosse nuvoloso uscendo da Toronto.
            E se avessi optato per un corso di laurea un po’ più scientifico? A pensarci col senno di poi, se non fosse stato per il fatto che il mio professore di matematica continuava a considerarmi tanto graziosa quanto incapace, probabilmente avrei pure optato per qualcosa tipo medicina, chimica...È tanto triste quanto interessante realizzare quanto certe dinamiche sociali ci indirizzino verso una strada piuttosto che un’altra. Inutile adesso attribuire colpe e perdere tempo, finanche solo per un secondo, a cercare di immaginare come sarebbe stato ciò che di fatto non è.
Chissà come si sentono gli animali del bosco alla sera. Si soffermano a guardare il cielo? Cosa pensano che siano quei bagliori lontani? Ci pensano? Io sì che ci penso! Ma perché perdiamo un sacco di tempo a fissare telefonini, laptop e tablet quando tutt’intorno a noi è un tripudio di cose da osservare? Meno male che qui non c’è copertura. Tre giorni senza telefono, televisore e radio. Due notti di cielo stellato.
-Bello il cielo stanotte, eh? Ti va un bicchiere di vino?
- Sì, rosso per favore...

Maia e lo Scirocco (presentato al concorso Federico II e i poeti tra le stelle)

Nel triste torpore che suscita al cuore
l’anelito al male di uomini vili,
in un sogno ingiallito dal vento del sud
che con la sua sabbia, graffiando il paesaggio, 
ricopre le gioie e i pensieri,
vedo i miei passi muoversi incerti e pesanti,
verso oggetti sparsi che hanno perso la vita.
Mi chino, mi abbasso. La mano raccoglie un bocciolo
che, un tempo, di velluto parea.
Si apre, rivive, risorge sul palmo una fragile rosa tea.
Con visioni notturne, anelando la pace,
sotto un cielo di stelle che in silenzio raccolgon preghiere,
ricevo in dono una magia dal creato.
È Maia!
Sorella splendente di stelle famose,
cantate, osservate, dai popoli tutti,
che dal mio sogno l’indolenza allontana,
annunciando in me rinascita e fulgore, come in un inno alla vita.

Saturday, 21 June 2014

Come gelsomino

 
Anche questo pezzo, come il precedente, nasce da un istante, da un'attesa di una decina di minuti. Mi sembra di scoprire una delle tante sfumature che ognuno racchiude nell'anima. Ho deciso di usare il blog anche per questi pensieri (pur essendo nei toni completamente diversi), perche' esistono ed evidentemente fanno parte di me...in qualche modo...
 
 
 

Quella guancia, che di velluto parea, ricopriva il cuore d’amore.

Il calore dell’alito suo come vento soave in una notte d’estate che profuma di gelsomino.

Le ciocche sparse sulla fronte si allungavano lungo il braccio mio;

E il movimento del petto, come onde incessanti bagnano la riva,

un assaggio d’estasi mi donava.

Così la terrò per sempre quell’anima mia, spossata e fiduciosa,

in un soffice abbraccio d’amore e tenerezza.

Con il rosa di labbra socchiuse e di occhi le cui linee come dardi trafiggono il cuore.

Beato è l’amore che al cuore giunge con poche parole mute, pronunciate da due occhi fiduciosi.

Perché mai l’animo mio porterà lontano da me quella porzione di te che la vita mi diede.

 I cespugli alle spalle come esercito a proteggerci.

Il mare dinnanzi per nascondere le mie lacrime.

Il cielo al di sopra a raccogliere le mie preghiere.

Dopo secoli, perenne la tua memoria in me.


Thursday, 19 June 2014

Visioni mattutine...in primavera, si parla d'inverno?


Sono tendenzialmente una persona silenziosa al risveglio. Guardo il mio caffè e attendo un cenno interiore che mi assicuri di essere pronta ad affrontare una nuova giornata.

A volte però, come in un sogno, delle immagini mi parlano. Sono immagini nella mente, nel cuore. Spesso nello stile non combaciano alla mia persona, all’idea che io ho di me stessa. Ho imparato ad ascoltare, magari m’insegnano qualcosa.

Poi, rileggendo a distanza di giorni, sorrido. A volte mi annoiano, a volte mi ricordano i tempi del liceo, a volte mi stupiscono…
 

 




Porta la via, che il suono irradia, su monti lontani che alla vista sfuggono.
Cocchiere ansante che il passo incerto guida verso la vetta che attendere sa.
E solo pensieri di morte e terrore, che echeggiano nel  cuore, risultano spinta immortale per l’obiettivo lontano.
Il cuore rifugge la noia  e riluce splendente il desiderio soave di vivere ancora.
Coi fiocchi cadenti ora da un tetto di grigio, in un’aria pesante di sogni e premonizioni,
ansimando coi pugni chiusi a indicare la via, sospinge destrieri sull’erta salita.
Se il baratro accanto vertigini provoca, solerte lo sguardo va mosso.
La linea, come serpente che costeggia il monte, è la freccia che l’obiettivo indica.
Percorsi ancestrali per l’animo e il corpo…
Valorosi soldati che impongono la propria forza sapendo che volontà e intelletto, talvolta, più forti di dardi sono.
Il destriero incerto muove un passo sicuro allorché un pugno chiuso, manovrando le redini, gli indica un percorso che gli occhi non sanno scorgere.
Il ghiaccio congela gli arti ma non il cuore che, incessantemente, pompa energia  e brama di riuscita a chi teme di non farcela.

Vicina, una vetta.

Friday, 9 May 2014

Memories from the past, thinking about the present/ Ricordi dal passato, pensando al presente

 
                                                       (Toledo, Spain)

As soon as I woke up this morning, a name popped up in my mind: Garcilaso de la Vega.
He was a Spanish poet who was born in Toledo, Spain, around 1503.
I studied his works when at university and, although I am not exactly a "poem-person", I fell in love with some of his sonnets that he wrote during his "Italian or Petrarchan period."

When we moved to Canada, we brought about 800 books with us. I remember it was really hard to make a selection trying to give priorities to those "more important" to us. So, when this morning I went downstairs looking for the book titled, "Poesía castellana completa”, I knew exactly where to search.
Bringing our books with us was essential. We wanted to bring the best of our lives with us, we wanted something to share about our past with our children. We wanted them to grow in the same type of family environment our parents raised us.

In particular, I love the first  six verses of the Sonnet I. And those are the ones I want to share with you today:


Cuando me paro a contemplar mi estado,                
y a ver los pasos por do me ha traído,                         
hallo, según por do anduve perdido,                           

que a mayor mal pudiera haber llegado;                      

mas cuando del camino estó olvidado,          
a tanto mal no sé por do he venido;             



When I stop to reflect on my state,
 and see the ways along which I have been led, 
I believe, given the paths where I got lost,     
That I could have reached a greater misfortune;

but when I forget about the paths,
I do not know how I've reached such a great misfortune;

  Immigration sometimes can be really tough especially if our expectations are too high. I know that when I say this, some people might turn up their nose. But, based on my personal experience (and the nature itself of any experience is highly subjective), I think that is a big component of immigration we need to tackle right away.
Few days ago, speaking about my immigration to Canada, I found myself saying that when I came, I arrived with low expectations, but very strong, long-term ambitions.
A couple of times I was so exhausted (after working 13-15 hours a day) that I felt really confused. It was not a confusion about being or not being in Canada, it was just  one of "those moments."
Alessandro, indeed, used to tell me: "remember why you wanted to leave, why you are here and where you want to go..."
My answer was always the same, "Here I want to be, here I want to stay, here I am going to do what I have in mind...I am just a little bit tired. I need 5 minutes to rest!"
Because when you move with two small children, the maximum break to think about your intentions is not longer than 5 minutes.
Going back to the six verses, I can say the last two represent the moments of tiredness; the first four a powerful engine that make us move and keep going...

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Non appena mi sono svegliata questa mattina, mi è venuto in mente un nome: Garcilaso de la Vega.

Era uno scrittore spagnolo, nato a Toledo, Spagna, intorno al 1503.Ho studiato le sue opere all’università e, pur non essendo esattamente una “persona-poesia”, mi sono inamorata di alcuni dei suoi sonetti, scritti durante il cosiddetto “periodo italiano o petrarchesco”.
Quando ci siamo trasferiti in Canada, abbiamo portato con noi circa 800 libri. Ricordo quanto fosse difficile dover fare una selezione, cercando di dare la priorità a quelli “più importanti” per noi. Così, quando stamattina sono andata giù a cercare un libro intitolato "Poesía castellana completa”, sapevo esattamente dove cercare.


Portarci dietro i libri era per noi essenziale. Volevamo portarci dietro il meglio delle nostre vite; volevamo qualcosa del nostro passato da condividere con i nostri figli. Volevamo farli crescere nello stesso tipo di ambiente familiare nel quale i nostri genitori ci avevano fatto crescere.

In modo particolare, amo i primi sei versi del Sonetto I. Sono quelli che voglio condividere con voi oggi:



Cuando me paro a contemplar mis estado, 
y a ver los pasos por do me ha traído,                          
hallo, según por do anduve perdido,             
que a mayor mal pudiera haber llegado;                

mas cuando del camino estó olvidado,                         
a tanto mal no sé por do he venido;                            ... 

Quando mi fermo a riflettere sul mio stato,
e a guardare il cammino lungo il quale sono stato condotto
trovo che, considerati i momenti in cui mi sono Perduto
sarei potuto giungere a mali ben più grandi;

Ma quando mi dimentico del cammino,
non comprendo come sia arrivato a tanto male;
...


L’immigrazione alle volte può essere davvero dura, soprattutto se le nostre aspettative sono all'inizio troppo alte. So che dicendo ciò, delle persone potrebbero storcere il naso. Ma, in base alla mia esperienza personale (e l’esperienza è per natura fortemente soggettiva), penso che quello costituisca una grande componente dell’emigrazione da affrontare immediatamente. Pochi giorni fa, parlando della mia immigrazione in Canada, mi sono ritrovata a dire che ero arrivata qui con aspettative basse, ma fortissime ambizioni a lungo termine.

Un paio di volte sono stata talmente esausta (dopo aver lavorato per 13-15 ore al giorno,7 giorni su 7) da sentirmi veramente confusa. Non era una confusione data dall’essere o meno in Canada; era semplicemente uno di “quei momenti”.
 Alessandro, allora, mi diceva: "ricordati perché sei voluta partire, perché sei qui e dove vuoi andare..."La mia risposta era sempre la stessa, “Voglio essere qui, qui voglio rimanere, qui farò quello che ho in mente...Sono solo un po’ stanca. Ho bisogno di cinque minuti per riposare!”
Perché quando ti trasferisci con dei bambini piccoli, la pausa massima che ci si può concedere per riflettere sulle proprie intenzioni non supera i cinque minuti.

Tornando ai sei versi, mi sento di dire che gli ultimi due rappresentano i momenti di stanchezza; i primi quattro il motore potente che ci fa muovere e andare avanti...

 



Tuesday, 6 May 2014

Do It Yourself (DIY)_Fai da te


 


Let's put it in this way, this morning I woke up and I clearly knew what I was going to talk about today.
Fai da te is the Italian equivalent of the English "Do It Yourself".
So far, so good.
The awkward part arrives if I am asked to describe how I was picturing all this explanation in my dreams.
Yes! I said dreams.
Apparently, I spent most of the night thinking about this post. Not just the words, the topic or the title. I was also handling pictures and looking for awesome shots  to attach to get my point across my readers.
In my vision/dream, I looked like a marketing specialist, a professional photographer. I was wearing a loose white shirt, a silk scarf, my red glasses (I usually wear them only when driving, or just to look smarter than I actually am), a very sophisticated  pair of jeans. I also think I looked taller...but, alas!, it was a dream.
I still remember seeing my hands moving around in a very experienced way, talking with my assistant. I was moving things from the right to the left hand of a white shelf, and then back to the right. I was alternating the taller with the shorter object; I was also considering if it was the case to follow an apparently accidental color order.

-What nuance should go first, seemed to be a major issue to solve...

At this point, some of you might be curious to know what I was working at.
What was so interesting to capture my attention without letting me sleep. I thought about it.
I was not sure if it was the case to share this brilliant thought with you...
 Finally, I've decided that if we are friends, we have to be so through thick and thin. Instead of words, I will use a picture, though!






 


Yes, yes. You are correct! I didn't select the wrong file. The picture above is exactly what I was talking about. It's the only reason I am writing this post, trying to make it useful in some way.
Indeed, Fai da te is the expression we use in Italian when we mean "do it yourself".
Last summer, following the example of many Italians I met in Canada, I tried with green beans and cucumber. It worked, and it was fun...This summer, I will try with these ones.
The selection was really accurate. It took us, Lorenzo and I, a while to choose what we wanted to try.
 So, if it works, by the end of the summer I should be able to make a Parmigiana (eggplant, basil), grilled zucchini and Bruschetta (tomato and basil).
Now, you might wonder, what about the flowers? Do Italians eat them?
No, I bought flowers because if eggplants, zucchini and basil don't grow, I might need something nice to bring to my brilliant ideas' burial.

Crazy Claudia!


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Mettiamola così:

Stamattina mi sono svegliata e sapevo esattamente di cosa avrei parlato oggi.

 L’espressione italiana “Fai da te” corrisponde all’inglese "Do It Yourself".

Fin qua, tutto bene.

La parte strana arriva se mi si chiede di descrivere come abbia immaginato questa spiegazione in sogno.

Sì! Ho detto sogno.

A quanto pare, ho trascorso gran parte della notte a pensare a questo post. Non soltanto alle parole, all’argomento, al titolo. Maneggiavo anche fotografie e andavo alla ricerca di immagini spettacolari da allegare per dare ai lettori esattamente l’idea.

Nel mio sogno/visione, sembravo uno specialista di marketing, un fotografo professionista. Indossavo una camicia leggera, una foulard di seta, i miei occhiali rossi (di solito li indosso quando guido, o se cerco di apparire più intelligente di quanto in realtà sia), un paio di jeans molto sofisticati. Pensavo anche di essere più alta…ma, ahimè, era un sogno.

Ricordo ancora di vedere le mie mani muoversi con sicurezza mentre parlavo con il mio assistente. Spostavo cose dalla destra alla sinistra di uno scaffale bianco. Alternavo oggetti alti ad oggetti bassi; e valutavo, addirittura, se fosse il caso di seguire un ordine apparentemente casuale nella scelta delle tonalità.

-Quale tonalità dovesse andare per prima sembrava essere il dilemma più grande da risolvere.

A questo punto alcuni di voi saranno curiosi di saper a cosa stessi lavorando.

Cosa poteva essere così interessante da attirare la mia attenzione a tal punto da non lasciarmi dormire? Ci ho pensato. Non ero certa che fosse il caso di condividere con voi quest’idea brillante…

Infine, ho deciso che se siamo amici, dobbiamo esserlo nella buona e nella cattiva sorte, Invece delle parole, tuttavia, userò una fotografia! 





Sì, sì. Avete capito bene! Non ho scelto il file sbagliato. L’immagine in alto è esattamente ciò di cui stavo parlando. È l’unica ragione per la quale sto scrivendo questo post, cercando di renderlo utile in qualche modo.

Di conseguenza, Fai da te è l’espressione che usiamo in italiano quando ci riferiamo all’inglese "do it yourself".

La scorsa estate, seguendo l’esempio di molti italiani incontrati in Canada, ho provato con i fagiolini e i cetrioli. Ha funzionato ed è stato divertente...Quest’estate proverò con questi.
La selezione è stata accurata. Ci abbiamo messo, Lorenzo ed io, un bel po’ a scegliere cosa volessimo provare.

 Per cui, se funziona, per la fine dell’estate dovrei essere in grado di preparare le melanzane alla parmigiana (melanzane e basilico), zucchini grigliati e bruschette (pomodoro e basilico).

Adesso, vi chiederete a cosa servano i fiori. Gli italiani li mangiano?

No, li ho comprati perché, se melanzane, zucchini e basilico non dovessero crescere, mi potrebbe servire qualcosa di carino da portare al funerale delle mie brillanti idee.

Pazza Claudia!



Thursday, 24 April 2014

Where's the Mountain?_Dov'e' la montagna? (Erice)


One week after moving to Vaughan, I remember I suddenly realized there was something “annoying” me about the landscape. There was something missing. Initially I thought that feeling was due to the fact there was no sea. Maybe, it was the lack of the color and brightness of those shimmering waves I used to observe at sunset. But still, that was not what I was missing, what my eyes were looking for.

Then, driving on a ramp, a quick brainwave. La Montagna! Here it comes! There were no mountains all around. I guess, that was the second time – the first being the one in Valladolid, Spain - in my life I had that awkward feeling. I was able to see the CN Tower even if I was 36 km far away from downtown Toronto. Unbelievable!

At the same time, I realized something. Being an islander, I am inclined to associate my person to the sea. What about my mountains? I had the luck to live in two different Sicilian cities: Palermo and Trapani.

Both are coastal cities. Both have the sea and the mountains. I had the occasion in this blog to mention Monte Pellegrino in Palermo, the one about which Goethe said it was the most beautiful promontory in the world. (We tend to exaggerate especially when we have travelled a lot, but yet not everywhere…)

Today, it is Monte Erice the one which gently popped up in my mind. For about 9 years, I woke up every morning with one side of Erice in front of my eyes, being the first thing dominating the view from my bedroom balcony.

Monte Erice (formerly Monte San Giulianio) is a promontory of about 750 m above sea level. On top of it, there is one of the most enchanting hamlet of Italy. If you go to Sicily, you really shouldn’t miss a visit to this place.

In line with the history of Sicily, the small village experienced different dominations. Erected initially by Elymian people, identified by the Greeks as descendent of a group of Trojans looking for a refuge in Sicily and, whom, eventually, got married to local people (Sicani) who were already living in that area.

Erice then became dominion of Greeks, Romans, Arabs and finally Normans who called it Monte San Giuliano until, in 1934, it was officially renamed Erice.

One of the most famous building in Erice is considered the “Castello di Venere”, after the Romans’ Goddess Venus. It used to be a temple where, depending on the cultures dominating during different periods, a female divinity usually connected with sexuality and fertility was celebrated. So, the Phoenicians were celebrating Ashtart (Astarte), then the Greeks Aphrodite and finally the Romans were celebrating Venus.

To walk among the narrow paths paved with little shining stone tiles is amazing. I did it so many times while living there without losing, not even once, the feeling of astonishment for such great beauty.
 
 

The experience can assume some mystical tones if it happens to be there during foggy days, which are not so rare up there.

Erice has a remarkable number of churches worth a visit and it’s also venue for several international scientific meetings, being there the Ettore Majorana Foundation and Center for Scientific Culture.

The hamlet is also pretty famous for its almond biscuits and some pastries (Mustaccioli, Genovesi alla crema).

Years ago a cable-car service was restored to allow people to reach the top without using the car. Unfortunately, being not a big fan of cable-cars, I was not brave enough to give it a try. As far as I was told, it’s an interesting experience.

As per myself, being in Trapani during my adolescence, I can say I used to go there a lot during our hot summers. It was a sort of annual appointment for teenagers and grown-ups. July in San Vito lo Capo (whose beach has been declared one of the most beautiful of Sicily) and Erice in August.

Some days I used to go there just because I felt I needed to stay by myself. Looking at the breathtaking view from there, the landscape was making me feel alone, sad and yet strong and proud. The mountain, like the sea, has the power to make me feel fearful and determinate at the same time. It’s like a silent dialogue that it’s not really possible to share. It’s another way to feel the majesty of nature…



 
 








(italiano)


Una settimana dopo essermi trasferita a Vaughan, ricordo di aver realizzato all’improvviso che c’era qualcosa nel paesaggio che mi “disturbava”. Mancava qualcosa. All’inizio pensai si trattasse dell’assenza del mare. Forse era la mancanza dei colori e dello scintillio delle onde ai quali i miei occhi erano abituati al tramonto. Ma ancora, non era quello ciò che mancava, ciò che i miei occhi cercavano.

Poi, guidando su una rampa, una folgorazione. La Montagna! Ecco! Non c’erano montagne tutt’intorno. Penso che quella sia stata la seconda volta – la prima era accaduta a Valladolid, in Spagna, in vita mia nella quale provavo quella strana sensazione. Potevo vedere la CN Tower pur essendo a 36 km dal centro di Toronto. Incredibile!

Allo stesso tempo, realizzai qualcos’altro. Essendo un’isolana, ho la tendenza ad associare la mia persona al mare. Ma che ne è delle montagne? Ho avuto la fortuna di vivere in due città siciliane diverse: Palermo e Trapani.

Entrambe sono città costiere. Entrambe hanno il mare e le montagne. Ho già avuto in questo blog l’opportunità di accennare a Monte Pellegrino, quello che secondo Goethe sarebbe stato il più bel promontorio al mondo (Immagino abbiamo la tendenza a esagerare soprattutto dopo aver viaggiato molto, pur tuttavia non in ogni dove…)

Oggi, è Monte Erice quello che gentilmente ha fatto capolino nella mia mente. Per circa nove anni mi sono svegliata con Erice davanti agli occhi, essendo la prima cosa a dominare la vista dalla mia stanza.

Monte Erice (in precedenza, Monte San Giulianio) è un promontorio di circa 750 m sopra il livello del mare. Sulla sua vetta, si trova uno dei borghi più incantevoli d’Italia. Se doveste andare in Sicilia, non dovreste perdere l’occasione di visitarlo.

In linea con la storia della Sicilia, il paesino ha subito diverse dominazioni. Il paese sarebbe nato inizialmente dagli Elimi, identificati dai Greci quali discendenti di alcuni Troiani in cerca di rifugio e i quali, successivamente, si sarebbero uniti alla popolazione locale dei Sicani.

Erice dunque divenne dominio dei Greci, poi Romani, poi Arabi e infine Normanni che lo chiamarono Monte San Giuliano finché, nel 1934, fu ribattezzato ufficialmente Erice.

Uno degli edifici più noti di Erice è considerato il “Castello di Venere”, dalla dea romana. Si trattava di un tempio nel quale, a seconda della cultura imperante durante le diverse epoche, veniva celebrata una divinità in qualche modo connessa alla sessualità e fertilità. Per cui, i Fenici vi celebravano Ashtart (Astarte), poi i Greci Afrodite e, infine, i Romani vi celebravano Venere.

Passeggiare lungo i viottoli lastricati con piccole pietre luccicanti è stupendo. L’ho fatto tante volte senza mai perdere, nemmeno una, quella sensazione di stupore dinnanzi a cotanta bellezza.

L’esperienza può assumere dei connotati “mistici” se capita di trovarsi lì durante una di quelle giornate nebbiose, non troppo rare a quell’altezza.

Erice vanta di un discreto numero di chiese che vale la pena visitare ed è, inoltre, centro di numerosi convegni internazionali di carattere scientifico, essendo sede della Fondazione Ettore Majorana and Centro per la Cultura Scientifica.

Anni fa il servizio della funivia è stato ripristinato per consentire alla persone di raggiungere la vetta senza bisogno della macchina. Purtroppo, non essendo un’amante delle funivie, non sono stata abbastanza coraggiosa da provarla. A quanto mi è stato detto, si tratta di un’esperienza interessante.

Per quanto mi riguarda, vivendo a Trapani da adolescente, posso dire di esservi andata durante le nostre calde estati. Si trattava di una sorta di appuntamento fisso per adolescenti e adulti. Luglio a San Vito lo Capo (la cui spiaggia è stata dichiarata una delle più belle d’Italia) ed Erice in Agosto.

Alcuni giorni, ci andavo solo perché sentivo il bisogno di stare da sola. Guardare il panorama mozzafiato da lì mi faceva sentire sola, triste e tuttavia forte e orgogliosa. La montagna, come il mare, ha il potere di intimorirmi e inorgoglirmi allo stesso tempo. È come un dialogo silenzioso impossibile da condividere. È un altro modo di sperimentare la maestosità della natura…